Lupin III – Il Castello di Cagliostro di Hayao Miyazaki [Giappone, 1979]

E’ stato proprio il ladro più famoso del mondo ad ispirare l’”opera prima” di Miyazaki,  che inizia la sua carriera da regista.

Era il 1979 quando Hayao Miyazaki mise mano al primo lungometraggio della sua carriera (oltre che il primo film dedicato alle avventure del ladro gentiluomo Lupin III, ideato da Monkey Punch). Vi erano già stati episodi per la TV sempre dedicati a Lupin e l’avventura con Nausicaa e lo Studio Ghibli era ancora di là dal venire. Questa sua prima opera, nonostante in un certo senso si discosti da ciò che verrà e si contraddistingua per un approccio molto più “europeo” dei film che verranno, possiede alcuni degli elementi che faranno del cinema di Miyazaki una delle più entusiasmanti avventure della storia del cinema di animazione. E come non cogliere sin da questo primo film l’amore del Maestro per il mare, elemento vitale, incontenibile quanto la vitalità dei personaggi che sulla scena vivono e lottano. In nome di un amore per la vita che non conosce inganni o soprusi.

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Il film parte con un furto, compiuto da Lupin ed il fido Jigen, durante la fuga Lupin confida all’amico alcuni qualcosa che lo tormenta da anni. Gli strani e sospetti flussi di denaro che provengono dal castello situato nel piccolo paese europeo di nome Cagliostro. Appena giunti nello staterello i due si imbattono in una misteriosa giovane donna, che cercano di salvare dalle grinfie di alcuni sgherri al soldo del signore del posto, il Conte Cagliostro appunto. In un tourbillon di inseguimenti, inganni e misteri che si perdono nel recente passato di Lupin tutto troverà compimento, in un continuo saliscendi di avventura, fantasia, magia e colpi di scena.

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Il Castello di Cagliostro è un episodio interessante nella filmografia di un autore che ha letteralmente cambiato il concetto di animazione alla quale siamo ormai abituati. Da quel 1979 tante cose sono cambiate, il mondo (reale) e non solo quello non è più lo stesso. Un personaggio come Lupin III, che chiunque abbia fra i 30 e 40 anni (come me) ha amato e vissuto, oggi verrebbe forse percepito come retaggio di un tempo che non viaggia in sincrono con l’attualità. E’ forse questo, in parte, il tratto fondante di tutto il cinema di Miyazaki, essere fuori da e nel tempo, cristallizzando un istante, rendendolo eterno. Qualcosa che ha a che fare con la parte migliore di ognuno di noi. Uno spazio incontaminato nel quale il regista giapponese culla se stesso e noi, rendendoci in grado di riconoscere le radici più sane e forti della natura umana.

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Non vi sono inganni che non possano essere vinti nel mondo di Hayao Miyazaki, vi sono la natura e l’uomo a tessere le fila di un rapporto costantemente in bilico, nel rispetto della propria reciproca indispensabilità. Qualcosa che la realtà, troppo spesso, smentisce.

Marcello Papaleo

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