I duellanti di Ridley Scott [Gran Bretagna, 1977]

Dopo una serie di short promozionali, Ridley Scott esordisce alla regia di film di lungometraggio con
I duellanti, tratto da un racconto di Conrad.

Nel 1977 Ridley Scott è, prevalentemente, un regista di short promozionali, un visionario di talento che, allevato all’elogio della brevità, di primo acchito quindi la regia cinematografica parrebbe poco incline ad essere assoggettato al suo modus consueto. Nel 1977 però, adattando un breve racconto omonimo di Conrad (e venendo premiato a Venezia da Visconti per la miglior opera prima), eccolo esordire con I duellanti.

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La storia di un duello che per 15 anni vede coinvolti due uomini, un’ossessione per uno, una maledizione per l’altro. Due militari che vivono in antitesi, l’uno legato all’idea stessa di onore cavalleresco, cieco e sordo ad ogni senso di una pietas umana e cosciente. L’altro, legato alla vita ed alla sua unicità, che in un vortice bieco si fa trascinare a fondo da colui che ritiene di avere meno da perdere. Si inseguono per una vita, giocando al gatto col topo, col destino e con la vita stessa. Armand D’Hubert (un magnifico Keith Carradine) e Gabriel Feraud (Harvey Keitel) sono le facce di una stessa medaglia.

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Ridley Scott semina i germogli di un bel po’ di cinema che disseminerà lungo l’arco di tutta la carriera, quel senso d’onore che arriva giù giù sino al Gladiator di Crowe, risale lungo la malinconica rassegnazione di Deckard di Blade Runner e resta, negli occhi. Come le inquadrature che paiono quadri di Rembrandt.

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Nel mezzo di questi eventi si staglia l’epopea napoleonica, l’auge, l’arroganza, la caduta nella neve russa, la cacciata, il breve ritorno e la fine dunque. C’è già moltissimo di Ridley Scott in questo sue piacevolissimo esordio, un film che racconta la vita di due uomini, li accompagna nei mutamenti personali e sociali, sino a concludersi sì come è iniziato, ma con armi diverse, laddove prima si tirava di spada, ora si punta al cuore con una pistola. I tempi cambiano, la ferocia anche, in peggio spesso. L’onore di D’Hubert resta intatto, in un commiato cavalleresco in grado di rendere l’onore delle armi anche al nemico peggiore con il quale si è venuti a scontrarsi. In tempi come questo, certamente, una lezione di stile, di vita e, infine, di cinema.

Marcello Papaleo

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